Il problema dei rifiuti è decisamente preoccupante ora più di sempre: specie al Sud e in particolare, come sappiamo tutti, a Napoli dove la corruzione e la criminalità organizzata (oltre a, lasciatemelo dire, senza voler fare di tutta l’erba un fascio, la mentalità) hanno fatto dell’immondizia da un lato un vero e proprio business dall’altro un imbarazzante problema di igiene, vivibilità e immagine nazionale.
La raccolta differenziata ormai piuttosto diffusa e praticata da sempre più persone sta già facendo molto per l’ambiente, però non è ancora abbastanza. Si pensi solo che già molti dei materiali considerati riciclabili in realtà qualche problema lo danno: per alcuni di questi ci sono anche dei grossi limiti nel riciclaggio. Qualche esempio? Le plastiche: tutti i termoindurenti (la maggior parte delle GOMME ad esempio, ma non solo) NON sono riciclabili ma vengono semplicemetente bruciati alla fine del loro ciclo di vita per recuperarne energia,
mentre tutti i termoplastici (le scocche dei nostri cellulari, i flaconi di detersivo….) possono essere riciclati ma solo per qualche ciclo, dopodichè perdono tutte le loro proprietà e finiscono anche loro all’inceneritore.
Per i metalli, addirittura, si pensi che l’unico che può essere riciclato al 100% senza aggiunte di materiale vergine è l’alluminio (certo c’è comunque da dire che sono già di loro molto più riciclabili di plastica e carta…però fa riflettere tutto questo).
Ma soprattutto il vero problema è che una gran parte della popolazione NON sa differenziare correttamente:
quanti contenitori del tetrapack (soluzione geniale sì…ma si tratta probabilmente del materiale più IRRICICLABILE del mondo…anche se la pubblicità con l’idilliaca “Nursery” degli alberi in Svezia ci vorrebbe far credere il contrario) finiscono nei cassonetti per plastica/metallo, ad esempio?
Lo sappiamo: se la nostra società vuole crescere senza distruggere deve essere capace di riciclare tutto quanto, tutto il sistema deve essere perfettamente ciclico: partendo dalla legge fondamentale che governa tutto l’universo “..nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
Bene, quello che evidentemente dobbiamo imparare ancora a fare, alla fine, è: “TRASFORMARE”.
Dopo questo forse troppo vasto preambolo introduco il tema fondamentale della discussione: il “dispersore alimentare” o “tritarifiuti”.
Potrebbe avere senso fare sì che in tutte le case degli udinesi ci sia un tritarifiuti? E perchè?
Premetto che questa tecnologia non è priva di rischi e non è esente da critiche e che può essere applicata con successo SOLO se è stata progettata accuratamente tutta la “filiera”.
Sarebbe, infatti, troppo bello poter dire: facciamo in modo che tutti ce l’abbiano (favorendone l’acquisto con sconti sulla tassa immondizie per chi sceglie di adottarlo e/o finanziamenti per l’acquisto dell’apparecchio stesso). Diciamo che a livello amministrativo bisognerebbe discutere molto e investire ancora di più…probabilmente!
Il tritarifiuti è una macchina: un cilindro motorizzato che viene installato sotto il lavello della cucina e che permette, grazie all’azione di dischi metallici, acqua e forza centrifuga di ridurre a polvere (o meglio, per la presenza stessa dell’acqua, poltiglia finissima) tutti i rifiuti organici: bucce, ossa, lische di pesce, gusci di uovo o di noce che, anzichè finire nel cestino dell’umido di casa, se ne vanno dritti nella rete fognaria.
Come tutte le cose anche questo sistema ha i suoi PRO e i suoi CONTRO, per’altro facilmente individuabili:
Cominciamo dai PRO.
Il sistema è sicuro al 100% (credete che lo commercializzerebbero se ci fosse la benchè minima possibilità che qualcuno si possa fare male?)
In più, sparirebbe (almeno dalle case) il cestino per l’umido, questo significherebbe:
- Più igiene domestica
- Meno “viavai” per portare via la spazzatura (non solo per i privati, ma meno lavoro per i camion della “Nettezza Urbana”)
- Rifiuto organico umido separato dal resto dell’indifferenziato (riusciamo quindi a differenziare l’indifferenziato…e questo non è cosa da poco!)
- Se correttamente trattata questa poltiglia può essere trasformata in qualcosa di utile (con un tornaconto economico non indifferente)
- Riduzione del numero di cassonetti per l’umido sulle strade (che specie d’estate causano non pochi problemi a causa degli odori)
Le dimensioni del progetto? Si tenga conto che i rifiuti alimentari sono, secondo stime, circa 1/3 del totale dell’indifferenziato, non poco.
Passiamo ai CONTRO.
Scaricare i rifiuti in questo modo porta a fare delle grosse considerazioni sull’adeguatezza o meno della rete fognaria. Quindi: dei costi (temo molto alti) che ci dovrebbero/potrebbero essere per adeguarla…e degli investimenti da fare per “chiudere” la “filiera” in modo corretto.
Ogni città infatti dovrebbe avere un sistema all’avanguardia e dimensionalmente adeguato per il trattamento delle acque e al momento non tutte le città ce l’hanno. Sto parlando di impianti che permettono la filtrazione dell’acqua e la separazione della parte liquida dalla parte SOLIDA. La parte SOLIDA potrebbe diventare, se opportunamente e diversamente trattata, o CONCIME ORGANICO di ottima
qualità e del tutto naturale, o ENERGIA (previa asciugatura e compattazione e cessione ad impianto adeguato per successiva combustione).
La parte liquida a questo punto dovrebbe essere sterilizzata come si fa normalmente (quindi per precipitazione e flocculazione delle particelle più piccole per via chimica o grazie a particolari batteri).
Facendo un giro rapido su internet si vede subito una cosa: esistono comuni che VIETANO esplicitamente l’uso dei dispersori, mentre altri che sono in fase di sperimentazione. Quindi la questione è decisamente molto attuale. Sicuramente la scelta dipende da molteplici fattori.
E quindi come per ogni cosa vanno fatte prima tutte le debite considerazioni, poi i soliti opportuni calcoli.
…Voi intanto che ne pensate?
Links:
http://it.youtube.com/watch?v=FJcTGOqAgQw&feature=related (che cos’è + funzionamento)
http://www.comune.monghidoro.bo.it/tritariufiuti.htm (comune in fase di sperimentazione)
http://www.comune.fontanellato.pr.it/comune/page.asp?IDCategoria=415&IDSezione=8242&IDOggetto=5693&Tipo=NEWS (comune che li vieta)
Carlo Beltrame
6 Commenti
Febbraio 24, 2008 alle 6:22 pm
La problematica è sicuramente molto attuale e di estrema importanza. Sul tema della raccolta differenziata si è già parlato molto a Udine (tra l’altro anche ad un incontro Punto-programma).
Dalle discussioni cui ho partecipato emerso sostanzialmente che, nonostante già ora si possa riuscire ad ottenere percentuali molto alte di riutilizzazione dei rifiuti (se adeguatamente separati) per il momento è fondamentale che il riciclaggio si accompagni ad un efficiente “sistema tradizionale” di smaltimento dei rifiuti (discarica e inceneritori).
Questo perchè al momento ci sono da un lato notevoli problemi nella riutilizzazione di alcuni prodotti riciclati (pensiamo alla carta, non compatibile con stampanti o fotocopiatrici), dall’altro una situazione di emergenza per quanto riguarda i sistemi di smaltimento attualmente esistenti: le discariche sono quasi esaurite, non vi sono inceneritori operativi e ciò costringe il comune ad una costosa esportazione dei rifiuti (a Udine il costo per lo smaltimento di una tonnellata di rifiuti ammonta a circa 160 euro, quando a Napoli si aggira intorno ai 200).
Ecco allora che acquista ancora più rilevanza un’idea come quella del tritarifiuti, sistema che consente di eliminare o ancor meglio riutilizzare i rifiuti organici presso ogni singola abitazione.
Pertanto il progetto presentato è sicuramente molto interessante, a maggior ragione se si considera, come riportato da Carlo nell’articolo, che i rifiuti organici costituiscono una parte molto rilevante dell’immondizia indifferenziata.
L’unico problema è che potrebbe risultare assai complicato (non solo per i costi ma anche per la materiale realizzazione) ristrutturare per intero il sistema fognario della città, soprattutto se si tiene conto della attuale situazione di emergenza e della esigenza di un’azione immediata di cui prima parlavo.
Quindi accanto a questo progetto, che ben si potrebbe realizzare a lungo termine, segnalo un’altra iniziativa già presente a livello comunale, sempre volto alla riutilizzazione dei rifiuti organici.
A tal fine vengono date in comodato d’uso gratuito dal Comune le c.d. compostiere: si tratta di contenitori a forma di tronco di cono che trasformano in terra (o comunque in sostanza concimante) i suddetti rifiuti, nell’arco di circa due settimane.
L’unico problema è che occorre che essi siano posti a contatto del terreno, quindi la soluzione è improtaicabile per chi non dispone di un giardino (almeno condominiale).
Però esso potrebbe essere ovviato efficaciemente dall’integrazione delle compostiere (più adatte alle abitazioni con giardino) con i tritarifiuti, facilmente installabili negli appartamenti.
Febbraio 24, 2008 alle 6:48 pm
Siamo sicuri che i rifiuti organici rappresentino realmente una percentuale così alta dei rifiuti?
Come dice Giorgio, per quanto riguarda Udine, il discorso sull’emergenza rifiuti può trovare una soluzione, ora come ora, solo nella realizzazione di una nuova discarica.
L’educazione e l’imposizione alla raccolta differenziata deve essere portata avanti da subito con concretezza e attenzione, ma non si può sperare di migliorare in questo modo il risultato di anni di inefficienza.
Il tritarifiuti può essere uno strumento accessorio molto utile anche se sono convinito che sia giusto insegnare a rispettare e non a “triturare”
Febbraio 24, 2008 alle 7:38 pm
Sono d’accordissimo sul fatto che educare sia indispensabile e debba essere la prima cosa ma proprio per questo ho questa visione. Perchè infatti il concetto che sta alla base del discorso è che la raccolta differenziata deve e può andare oltre: dobbiamo e possiamo differenziare quello che ad oggi è chiamato rifiuto “indifferenziato”.
“Triturare” è una delle possibili vie e non è una soluzione semplicistica al problema rifiuti, nè tantomeno lo banalizza, anzi!
Probabilmente bisogna essere ancora più responsabili e attenti in presenza di questo tipo di strumento, che con i sacchetti neri!! Perchè in questo modo ci impegnamo noi ad una ulteriore selezione (e sgarrare ci si ritorcerebbe contro, ad esempio con rotture e problemi alla rete fognaria…), mentre nel sacchetto nero finisce tutto quanto indistintamente (quindi, secondo me, è proprio al momento che, impuniti, ce ne stiamo “fregando”).
Invece il rifiuto umido alimentare è la cosa più naturale del mondo e non vedo perchè dovrebbe finire nello stesso sacchetto in cui mettiamo i mozziconi di sigaretta (che sono costituiti da fibre sintetiche, infatti se li bruci diventano taglienti), le bustine usate del tè o ancora i famigerati contenitori del Tetrapack (che non sono altro che 3 fogli di carta, polietilene e alluminio per giunta INCOLLATI tra di loro)….insomma tutto il resto del rifiuto indifferenziato secco!
Esistono già in molte città, mi viene in mente Lignano Sabbiadoro, contenitori appositi per rifiuto secco e rifiuto umido, perchè se fossero separati dall’inizio qualche vantaggio ci sarebbe….
Forse, e lo riconosco, non è la soluzione più conveniente e fattibile a medio termine, però ha dei vantaggi innegabili. Come diceva Giorgio si potrebbero prevedere, delle “celle di compostaggio” condominiali per ottenere lo stesso risultato (solo che sarebbero facilmente attuabili solo in costruzioni nuove per mancanza degli spazi adeguati).
Per quanto riguarda la dimensione: ho parlato di 1/3 del totale dell’INDIFFERENZIATO, quindi i rifiuti riciclabili non ne fanno parte…Ovviamente è un dato che devo prendere per buono, ma con un minimo di buon senso e visto il quotidiano 1/3 a me, francamente, è quasi (quasi) sembrato poco…
Febbraio 26, 2008 alle 2:35 pm
E’ interessante analizzare il sistema normativo: a livello europeo la questione è stata affrontata nel 2001 con la stesura di un documento preparatorio ad una direttiva sul trattamento dei rifiuti biodegradabili in cui la Commissione affermava che “al fine di eliminare un non giustificato incremento nella quantità di fanghi della depurazione, dovrebbe essere proibito triturare il rifiuto solido biodegradabile al fine di evacuarlo via fognatura”.
Parere che riaffermava quanto già previsto dalla normativa nazionale vigente con il decreto legislativo 11 maggio 1999, n.152, ai commi 2 e 3 dell’articolo 33 (Scarichi in reti fognarie): “2. gli scarichi di acque reflue domestiche che recapitano in reti fognarie sono sempre ammessi purchè osservino i regolamenti emanati dal gestore del servizio idrico integrato. 3. non è ammesso lo smaltimento dei rifiuti, anche se triturati, in fognatura”.
Nel frattempo però i distributori e produttori di tritarifuti si erano associati nel gruppo DRA, organismo nato nell’ambito dell’UIDA, l’Unione delle imprese per la difesa dell’ambiente aderente a Confidustria. Obiettivo della nascita del Gruppo DRA: “tutelare gli interessi degli associati svolgendo un ruolo di interlocutore delle istituzioni politiche e degli organismi sociali, tecnici ed economici”.
Si arriva così alla legge 179 del 31 luglio 2002, articolo 25 (Modifiche al decreto legislativo dell ‘99, n.152) e la situazione cambia: il comma 3 viene modificato e afferma che “non è ammesso lo smaltimento dei rifiuti anche se triturati, in fognatura, ad eccezione di quelli organici provenienti dagli scarti dell’alimentazione umana, misti ad acque domestiche, trattati mediante apparecchi dissipatori di rifiuti alimentari che ne riducano la massa in particelle sottili, previa verifica tecnica degli impianti e delle reti da parte dell’ente gestore», cioè gli ATO (Ambiti territoriali ottimali), le organizzazioni territoriali competenti per le acque reflue.
Il quadro normativo viene completato dalla Circolare del Ministero dell’Ambiente, 11 giugno 2004, sull’utilizzo dei DRA che riafferma il principio di subordinarne l’impiego alla conduzione, da parte degli ATO, di uno studio di bacino sulle potenzialità del sistema di fognatura e depurazione per verificarne la capacità a sostenere il carico aggiuntivo proveniente dai dissipatori come sistema alternativo allo smaltimento dei rifiuti e valutare quindi la possibilità di un’applicazione di tali dispositivi e in quale misura.
Le reazioni sono state molte e il fronte dei contrari è molto ampio: comprende associazioni ambientaliste, comitati tecnici, società di servizi ambientali, amministrazioni comunali.
In un’intervista, Massimo Centemero, Coordinatore del comitato tecnico del CIC (Consorzio Italiano Compostatori) spiega che “la diffusione dei DRA non potrebbe essere del 100%: si intaserebbero le linee fognarie. La circolare del Ministero parla di una ’soglia di compatibilità indicativamente stimabile in un 10-15% degli utenti equivalenti’. Il singolo Comune si troverebbe quindi a dovere comunque mantenere la raccolta dell’umido, o del rifiuto indifferenziato, per servire la stragrande maggioranza di quelli che non hanno il dissipatore, e il risparmio di tempo relativo al mancato prelievo di una quota marginale di utenti risulta del tutto trascurabile rispetto a quella parte di costi del servizio che comunque non potrebbero essere ridotti, come l’acquisto dei mezzi, i percorsi di raccolta e così via. Non solo. Alla mancata riduzione delle spese si andrebbero ad aggiungere i costi dei maggiori consumi energetici ed idrici di depurazione e quelli di smaltimento dei fanghi”.
I tecnici del CIC ed i Centri di Ricerca italiani ed europei hanno sinora sconsigliato l’adozione dei DRA, in quanto esiste un sistema fognario misto, in cui convogliano acque provenienti sia dalle abitazioni, sia dalle industrie. In queste acque la presenza di inquinanti può essere relativamente elevata e ciò rende la qualità dei fanghi di depurazione decisamente inferiore a quella dell’organico domestico, così da impedirne l’utilizzo per la produzione di compost di qualità. In molti casi i fanghi non potrebbero essere impiegati in agricoltura in quanto eccedenti i limiti di legge (fissati dal D.lgs.22/97), e dovrebbero dunque essere inviati all’incenerimento o alla discarica.
A mio avviso bisognerebbe sicuramente puntare ed insistere sul riutilizzo della sostanza organica raccolta separatamente dal quale si produce compost di qualità elevata utilizzabile sui suoli. Credo che ancora moltissime persone siano totalmente all’oscuro dei sistemi di compostaggio.
L’ultimo punto è capire se sarebbe realmente fattibile una ristrutturazione del sistema fognario tale da permettere l’utilizzo dei tritarifiuti, cosa che adesso sembra difficile, se non impossibile… i costi, come giustamente ha detto Carlo, sarebbero probabilmente altissimi!
La prossima settimana dovrei sentire un esperto in materia, se dovessero esserci novità vi farò sapere al più presto!
Febbraio 26, 2008 alle 6:06 pm
Davvero una gran bella analisi Enrico!
Per prima cosa mi hai fatto rendere conto infatti di non aver tenuto minimamente conto delle acque di scarico di docce e lavandini che sicuramente confluirebbero con quelle della cucina, generando problemi per il riutilizzo dell’organico (che giustamente sarebbe solo in funzione del valore energetico), mentre le uniche ad essere separate in realtà sarebbero le acque nere.
Credo ancora che il dispersore possa essere una soluzione valida soprattuto per il centro città: perchè in mancanza di cassonetti renderebbe la vita più semplice alle persone e allo stesso tempo non caricherebbe troppo il sistema fognario. Per il compostaggio già fuori dalla circonvalazione sarebbe fattibile organizzarsi in modo da convincere la gente a separare in maniera efficace l’umido dal resto dell’indifferenziato….alla fine èì proprio per questo che il dispersore aveva attirato la mia attenzione: con il minimo sforzo una bella differenziazione in più anzichè due sacchetti diversi, più difficili da gestire.
Febbraio 28, 2008 alle 11:01 am
Uso della carta riciclata: siete sicuri che stampanti e fax non la possano supportare?
Gaia dice che ci sono macchine con cui usarla.
Sarebbe un bell’esempio di rispetto per l’ambiente se il Comune di Udine usasse (solo-prevalentemente) carta riciclata nei suoi uffici!
Rifiuti: Gianni ha fatto bene a lasciare la questione aperta, è un problema troppo grosso e con tante sfaccettature che dev’essere studiato a fondo, c’è un problema immediato ( per cui c’è poco tempo) e uno a lungo termine (per cui ci vuole più tempo, ma bisogna incominciare subito).
Paola Galassi