La situazione di Udine per quanto riguarda le piste ciclabili non è delle peggiori, anzi….
L’Italia, quasi da non crederci, non è “piazzata” male a livello europeo: non ci avviciniamo affatto ai modelli Olanda e Danimarca, ma non ricopriamo neanche la nostra ormai classica “posizione di bassa classifica” (vd tabella qui sotto, fonte wikipedia)

Da un po’ di tempo il comune si è mobilitato per lo sviluppo di piste ciclabili, specialmente in centro, attraverso una politica mirata a tutelare l’ambiente, la città e il benessere del cittadino.
Potrebbero essere portate ad esempio numerose modifiche stradali: le carreggiate sono state ristrette per far spazio alle piste ciclabili.
L’idea di garantire e favorire una “Udine a 2 ruote ecologiche” è sicuramente vincente: non serve di certo un altro post per elogiarla un’ennesima volta. Trovo invece doveroso segnalare i piccoli problemi o le spiacevoli situazioni che si vengono a creare nella normale vita di un “ciclista udinese”, al fine di sensibilizzare chi di dovere e di rendere il “servizio” migliore e più utilizzabile.
Il vero problema delle piste ciclabili a Udine è la discontinuità del percorso: in tantissime situazioni, spesso dovute a motivi pratici (come ad esempio grossi incroci), la pista è interrotta e il ciclista si ritrova a dover “zigzagare” nella strada oppure a dover attraversare l’incrocio con grave pericolo alla propria incolumità. Ai propri figli si insegna ormai a non fidarsi di attraversare con sufficienza qualsiasi incrocio, neanche quando l’apposito segnale verde si accende: potrebbe sempre arrivare “IL matto” che non si ferma o gira senza guardare.
La soluzione al problema non è di facile portata: per quanto riguarda gli incroci purtroppo non ne vedo alcuna se non in via indiretta. Sarebbe infatti opportuno sensibilizzare coercitivamente (attraverso multe salate!
) tutti gli automobilisti al rispetto delle strisce pedonali.
Per quanto riguarda invece la discontinuità del percorso, fuori dai casi degli incroci, l’attività comunale dovrebbe continuare a promuovere i lavori in varie zone ancora prive di tale spazio. Mi vengono in mente viale Duodo e via Marangoni, ma ci sarebbero davvero tanti altri esempi. In viale Duodo, in particolare, la mancanza della pista è assolutamente incomprensibile: è stata fatta per tutta la lunghezza di viale Ledra, perchè non continuarla? Forse il progetto c’è già e la mia denuncia nasce prematura? Anche nel caso “Duodo” la soluzione purtroppo non sarebbe semplice: il traffico in quella strada è sempre molto intenso e neanche le due corsie permettono un sempre regolare flusso del traffico, basti pensare ai tantissimi frequenti casi in cui un automobilista per un motivo o per un altro, più o meno lecitamente, sosta sulla sinistra della carreggiata. Diminuire quindi lo spazio “vitale” del traffico significherebbe provocare gravi disagi. Mi viene allora in mente una soluzione: anzichè parlare di una vera e propria pista ciclabile, in zone come quella, si dovrebbe prendere in considerazione di costruire un percorso “ciclo-pedonale”, utilizzando l’ampiezza già coperta dal marcipiede.
Altro problema, già emerso in altri “post”, è quello relativo al libero e normale utilizzo delle piste ciclabili esistenti; in non poche zone e tutto tranne che raramente, diversi automobilisti utilizzano “furbescamente” la pista ciclabile (in tutto o in parte) come libero parcheggio, ironicamente esente da parchimetro. Una trovata geniale…..
Tali comportamenti dovrebbero essere oggetto di maggiore interesse da parte della polizia comunale.
Via A.Lazzaro Moro è purtroppo il regno di questi “parcheggi ciclabili” e i numerosi ciclisti devono alternare la loro pedalata tra pista e strada, anche qui con grande pericolo per la loro incolumità visto il traffico continuo e la carreggiata stradale molto stretta.

In conclusione le piste ciclabili sono un bene per la città e il cittadino: l’adoperarsi per favorirne la “diffusione” a Udine è giusta e non rimarrà di certo inapprezzata!
Come sempre è però importante fare le cose nel modo migliore e più completo possibile, per il bene di tutti!
Niccolò Picotti
Purtroppo il problema che le piste ciclabili non offrano collegamenti completi è dato dal fatto (scontato) che esse dovrebbero essere pianificate nel momento in cui vengono progettate le strade. Altrimenti si ottiene solo un impedimento al traffico, utile a disincentivare la circolazione delle automobili ma non certo a rendere più comodo il tragitto in bici. Anzi, come giustamente notava Niccolò, ora per i ciclisti gli spostamenti sono più pericolosi.
Per aggiungere qualche altro esempio emblematico, mi viene in mente quella pista ciclabile che inizia nel bel mezzo di una curva in Via delle Ferriere. Tra l’altro mi sembra che in quel punto ci sia stato anche un tragico incidente di un ragazzo in motorino.
Non parliamo poi delle auto che per uscire dai giardini delle abitazioni private ed immettersi in strada devono attraversarne una: in questo caso è sempre il ciclista che si deve farmare per dare la precedenza all’automobilista.
Il problema è proprio quello indicato da Giorgio e Niccolò: le zone dove non c’è continuità di percorso diventano le più pericolose per i ciclisti (rotonde, incroci, ecc.). Un esempio eclatante purtroppo è la nuova rotonda di piazzale Paolo Diacono, dove io stesso ho rischiato di essere investito e dove si è già verificato un grave incidente…
Bisognerebbe prendere ad esempio l’Olanda,in particolare Amsterdam,il cui comune ha investito 15 milioni di euro negli ultimi 10 anni per creare percorsi di qualsiasi genere riservati alle biciclette.
Infatti nella maggior parte delle città olandesi le vie sono realizzate per consentire un traffico indipendente per le biciclette (è questo che manca!).
Il piano urbanistico prevede la normale strada per le autovetture, una zona esclusiva per i pedoni ed una esclusiva per i ciclisti, quest’ultima ben circoscritta (nella maggior parte dei casi è indicata attraverso il colore rosso sull’asfalto), e che dispone di semaforo specifico e del simbolo di una bici per indicare il senso di percorrenza.
Tutte le città italiane hanno un grosso problema legato alla pianificazione urbanistica: le nostre città principali sono nate quando ancora non c’era niente più del carretto trainato dai cavalli (quindi le necessità di spazio erano diverse da quelle di oggi) e hanno tutte una forma radiale che man mano si espande verso l’esterno. Quindi è ovvio trarre la conclusione che, anche nel caso di Udine: non tutte le vie sono adatte ad ospitare una pista ciclabile. Esempi come Olanda e molte altre località del Nord Europa non sono confrontabili con la nostra realtà per due motivi: primo la mentalità, noi italiani vogliamo essere “comodi” , secondo per la questione dell’ urbanistica (comode per il traffico porta Villalta, porta Aquileia, vero? Loro non le hanno, noi forse in questo caso vorremmo poterle spostare di un metro o due).
Il punto è che tutto si può fare, ma con un minimo di criterio. Mentre da noi si fa sempre “all’italiana”: ci vantiamo di essere dei creativi, dei pensatori, degli innovatori e invece non riusciamo a fare una progettazione vera e utile. Faccio due esmpi di cattiva progettazione: il primo sulla progettazione del “percorso ciclabile”, il secondo sulla progettazione della singola “pista ciclabile”.
Primo, abbiamo un centro giustamente chiuso al traffico che quindi si riversa interamente sulla povera e congestionata circonvalazione: che senso ha pensare di mettere lì le piste ciclabili (vedi via Micesio e via Marco Volpe o ancora Viale delle Ferriere)? Quanta gente le usa al giorno? Dal momento che invece i pericoli nascono dalla “concentrazione” bisogna anche un pò chiedersi chi usa la bicicletta e quindi quali sono i percorsi più battuti. Ma anche lì cercare di fare un pò di attenzione: vedi la pista ciclabile di via Dormisch, il disegno iniziale evidentemente la prevedeva lì per creare un percorso ciclabile continuo dal polo universitario dei Rizzi alla sede centrale e alle biblioteche del centro, ma a questo punto datemi il nome di uno studente qualsiani che penserebbe di prendere via dormisch per raggiungere il centro…risultato? Solo disagio per chi abita in via Dormisch.
Secondo: cattiva progettazione della pista: io vorrei chiedere al signore perchè la pista ciclabile di via Anton Lazzaro Moro è a doppio senso: prenderla da via Mantica per risalire significherebbe dover percorrere via Mantica contromano e comunque significherebbe arrivare al piazzale del “Palamostre” in contromano…
Concludendo, so che sto portando solo esempi di problemi senza proporre una reale soluzione tangibile e so anche che il problema è più complesso e non si può risolvere in poche righe. Io da tecnico che sono mi concentrerei nel trovare i siti per le piste ciclabili ragionando non in maniera “radiale” alla città ma “rettilinea”: chi va dal polo dei rizzi alla stazione dei treni (se ha tutte le rotelle a posto e se si vuole anche godere la pace e la sicurezza del nostro bellissimo centro storico) non fa la circonvalazione ma attraversa il centro storico, quindi la pista dovrebbe essere fatta solo per convogliare verso il centro, non a girarci attorno. Qualcuno potrebbe dirmi che a lui serve percorrere in bici la circonvalazione ogni giorno è vero, ma per trovare una soluzione di utilità sociale comune visti anche i problemi delle nostre città (urbanistica, traffico..)bisogna concentrarci su quelli dei più. Altre proposte? Concentrarsi sulle zone più “calde” (ospedali, uffici pubblici, scuole e università) e sulle strade dove mancano i mezzi pubblici in modo che tutti possano scegliere di non prendere la macchina.
Un saluto a tutti da un affezionato cittadino udinese “impiantato” da 4 anni nella metropoli meneghina.
La soluzione sarebbe:
1) fare un piano organico delle piste ciclabili di Udine, affidandosi magari a un urbanista di una città dove la bici è molto usata (Ferrara in primis) e cercando di utilizzare il più possibile i percorsi già esistenti;
2) una volta che le piste ciclabili ci sono, e sono sicure e collegate fra loro, fare una grossa campagna pubblicitaria per il loro utilizzo, incentivando i ciclisti e disincentivando gli automobilisti.
Andare in bici dev’essere il modo preferibile per girare in centro; chi vuole usare l’auto deve pagare caro (v Milano e Londra).
Le deroghe all’uso dell’auto devono essere limitate e controllate.
Paola Galassi
Anch’io penso che la bicicletta sia un mezzo di trasporto da incentivare. Studiando a Ferrara effettivamente devo dire che in quella città c’è un altro tipo di cultura al riguardo.
L’utilizzo delle bici, però, prescinde dalle piste ciclabili. In tutto il centro stiorico, molto più esteso di quello di Udine, infatti, non se ne vede neanche una: questo perchè la sua struttura è di tipo medievale (viuzze brevi e strette).
Secondo me il fatto di ottenere buoni risultati dall’utilizzo della biciclitta non è imprescindibilmente legato allo sviluppo delle piste ciclabili. Esse, come avevo anche già detto, devono essere pianificate sì da urbanisti esperti, ma nello stesso momento in cui viene pianificata la strada: altrimenti si corre il rischio di ottenere (con grandi spese) dei risultati ibridi anche molto pericolosi per i ciclisti.
Per inciso, la struttura di Udine dal punto di vista urbanistico non è tanto diversa da quella di Ferrara.
Diverso discorso si può fare per i grandi viali fuori dal centro dove un piano organico di piste ciclabili è ancora realizzabile. In quest’ultimo caso mi riferisco a viali larghi che si trovino almeno al di fuori (prendendo il centro come punto di riferimento) dalla circonvallazione.
Invece l’idea di fare pagare chi voglia entrare in centro con la macchina non mi sembra molto democratica: si finirebbe per favorire chi ha più soldi e non garantirebbe comunque un’apprezzabile diminuzione dell’inquinamento.
Di fronte a questo problema sempre più emergente perchè non chiudere a tutti almeno determinate zone del centro, per esempio le vie che ora sono ztl? Se il progetto venisse curato con buon senso e si migliorasse il servizio offerto dai mezzi pubblici il disagio sarebbe sicuramente circoscritto.
Il problema più rilevante purtroppo riguarda la necessità di cambiare le proprie abitudini.